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VEDERE IL VEDERE / ROBERTO MASIERO

 

Estratto da “VEDERE IL VEDERE“  sul catalogo FORMACOLORELUCE di  Nino Ovan, galleria “Anti” Mestre Venezia  2011

 

... Nell’avvicinare la forma al concetto attraverso un processo di sottrazione, Ovan si trova nella stessa posizione di un matematico: potrà senza dubbio elaborare un teorema che avrà il suo nome, la sua firma, ma quel  teorema sarà sempre e solo un teorema matematico. Detto in altri termini, in questo caso non domina la volontà dell’autore, la sua personalità, uno stile, ma l’arte stessa come logotecnica, come costruzione di un artificio che proprio in quanto inutile può essere solo se stesso, l’arte come primariamente produzione di una logica identitaria, di una cosa in sé e per sé. Come il teorema del matematico appartiene alla matematica e non al matematico, l’opera di Ovan appartiene all’arte e non a Ovan. In questo senso l’opera di Ovan è sommamente umile: totalmente dedicata all’arte per l’arte. Per ottenere questo risultato l’autore deve in qualche modo negarsi, rifiutare l’idolatria dell’autore, far cadere ogni tentativo di diventare stile dell’opera o di giustificarsi o giustificare l’opera attraverso forme retoriche. L’opera è dedizione, rigore, somma disponibilità alla tecnicità della tecnica. L’autore non può rincorrere se stesso e la propria egoità se vuole l’incontro con il reale, cioè il potere stesso della  attualità. Da questo punto di vista, l’atteggiamento di Ovan non è né moderno (il governo del saper fare) né postmoderno (l’indifferenza verso il saper fare al punto che l’opera può essere fatta da altri e all’artista spetta l’ideazione o la messa in scena), ma antichissimo, vuole essere ancora colui che sa come si fa, “il miglior fabbro", come Eliot apostrofava Pound, altro autore alla ricerca del reale nel senza tempo.

... Queste forme cercano una verità in sé, nella sola evidenza  diventando così oggetti a statuto logico. Sono concetti-oggetto che si costituiscono come un’identità nella relazione con la luce e il colore. Alludono alla smaterializzazione per costringere la materia ad essere un supporto e null’altro. Esse tolgono l’aura Kantiana all’inutile e portano l’arte dinnanzi al senza scopo (al nulla) del mondo mettendo in mostra che proprio da questo nasce la possibilità della autoreferenzialità e quindi del senso.

E’ come se Ovan   avesse varcato la soglia che abbiamo messo tra tecnica e opera d’arte, tra opera  e oggetto, regredendo sino alla ragione ontologica dell’esistenza stessa dell’oggetto in quanto tale, mostrando così che quella soglia è del tutto artificiale. “L’arte è quell’artificio che avendo come scopo solo se stesso permette che il mondo sia”. Come se Ovan portasse l’arte fino alle radici più profonde verso una sorte di vertigine, là dove il pensare e il fare (uniti) incontrano l’oggetto per sé, che non ha bisogno di parole, di spiegazioni e non chiede di essere interpretato ma di essere visto (la meraviglia, lo stupore, la contemplazione non tolgono forse la parola?).

... La questione critica rispetto alle opere di Ovan è se esse vadano interpretate entro un contesto ormai definito, per non dire storicizzato e, nel caso, come vadano tassonomicamente collocate, oppure se esse pongano questioni  impreviste, processi che quei movimenti non avevano né individuato né definito, momenti di frattura o di catastrofe all’interno di un determinato processo storico o se addirittura, si rivolgano ad un orizzonte metastorico in cui l’arte è parte non di una qualche antropologia, o di qualche sociologia, ma della stessa ontologia.

L’opera d’arte in fondo dà piu’ risposte della stessa filosofia alla domanda: perché esiste qualcosa e non il nulla? Come ? Rivolgendosi ad un pensiero che fa e ad un fare che pensa, nella identità e nella differenza.

 

 

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